Il diritto alle cure del paziente multietnico

lavoratori precariMalattie infettive e tropicali, parassitosi, patologie polmonari dimenticate e ri-emergenti, limiti religiosi e malattie sessualmente trasmissibili, patologie strettamente correlate ai giovani migranti. Sono alcuni degli argomenti affrontati durante il corso “Diritto alla cura ed accesso alla terapia del paziente multietnico”, evento scientifico promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini che si è svolto in questi giorni a Roma.

«È necessario garantire i diritti umani, la tutela della salute e la presa in cura per tutti, italiani e migranti» spiega Aldo Morrone, Direttore dell’Unità di Dermatologia Clinica agli Istituti Fisiatrici Ospedalieri- Istituto< San Gallicano di Roma e presidente del meeting. «Ed è essenziale mettere al centro del sistema le persone più fragili, che hanno più bisogno di essere prese in cura. Bisogna lottare perché le istituzioni si rendano conto che è necessario dare accesso alle cure anche ai pensionati con reddito minimo, alle donne vittime di sfruttamento sessuale, ai lavoratori precari e alle persone disoccupate. Ma questo non è sufficiente: devono essere avviate anche iniziative internazionali nei paesi più poveri per creare condizioni più civili e dignitose per evitare che esodi bilico continui con grande perdita di sviluppo economici e dignità umana di questi paesi».
Filo conduttore del meeting è stato il deciso rifiuto di pregiudizi e luoghi comuni, primo tra tutti quello relativo alla figura del migrante come portatore di malattie. «I migranti possono trasmettere le infezioni esattamente come i cittadini italiani» avverte Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. «I migranti possono acquisire alcune infezioni soprattutto nei primi due anni in cui si trasferiscono in Italia a causa di condizioni igieniche e abitative spesso disastrose, per cui bisogna intervenire soprattutto assicurando loro un’adeguata assistenza sanitaria. Da questo punto di vista dobbiamo essere orgogliosi, perché l’Italia è uno dei pochi Paesi europei che garantisce le cure sanitarie anche ai migranti non registrati».
«Il rischio pandemia dipende da vari elementi. La mobilità può favorire malattie infettive, sia dei migranti sia dei cittadini dei Paesi occidentali che oggi in aereo raggiungono anche le più remote località della Terra » aggiunge Roberto Cauda,Professore di malattie infettive e medicina tropicale dell’Università Cattolica di Roma. «Anche per questo motivo il problema della scarsa copertura vaccinale è globale e riguarda sia paesi di accoglienza sia di provenienza. In molti paesi di provenienza grazie a un efficiente servizio sanitario nazionale si assiste a una buona copertura vaccinale, ma dobbiamo mantenere alta la guardia soprattutto perché in alcuni paesi, come Siria, sta avvenendo un disfacimento dello Stato e quindi l’assistenza sanitaria sta diventano molto carente. Da parte nostra il dovere dell’accoglienza delle persone provenienti da questi Paesi è vantaggioso anche per noi, perché se il migrante non viene identificato e curato può essere un pericolo, cosa che non avviene se viene accolto e gli viene garantita un’adeguata assistenza». E tra le persone più a rischio gli esperti segnalano gli individui più indifesi: le donne e i bambini.
«Le donne sole con figlio sono tra le persone migranti più fragili» conferma Rosaria Giampaolo, Responsabile della Struttura Complessa “Ambulatorio Pediatrico” all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. «La nascita di un figlio rappresenta un momento di grande fragilità perché è un momento bellissimo ma anche destabilizzante soprattutto se avviene in realtà esterna e la donna deve affrontarla da sola. Un altro momento critico riguarda i bambini e il loro inserimento a scuola. Si tratta di un traguardo, per cui di un momento positivo, però indubbiamente rappresenta anche una grossa difficoltà perché il bambino deve affrontare un’ambivalenza di messaggi: da una parte è giusto che mantenga le proprie radici e nello stesso tempo riceve richieste dalla società che ospita. Un dualismo che può determinare una grande frattura nel bambino ma anche nella famiglia. Anche l’adolescenza è un momento delicato, soprattutto per le ragazze, perché la famiglia di origine tenta in diversi modi di mantenere le proprie tradizioni e mentre i figli maschi sono generalmente più liberi, per le ragazze il maggior controllo può generare difficoltà di relazione con la famiglia».
Una segnalazione infine riguardante le malattie respiratorie, a partire dalla tubercolosi. «L’incidenza della TBC è leggermente più elevata negli stranieri rispetto agli italiani: 12 casi su centomila abitanti rispetto a 7 casi su centomila abitanti, per cui si tratta di una differenza poco significativa» spiega Guglielmo Meregalli, pneumologo e volontario in ospedali e ambulatori di medicina di base in Zambia, Swaziland e Tanzania. «Il maggior rischio riguarda gli stranieri, soprattutto perché per molti è più difficile avere accesso alle cure. Il trattamento della TBC è abbastanza semplice ed efficace, ma deve essere somministrato a lungo, per quattro-sei mesi, per cui è necessaria una certa continuità di accesso alle cure. Se questa è assicurata la guarigione è pressoché completa. E per debellare la TBC nel mondo è necessario poterla diagnosticare tempestivamente anche nei paesi poveri. Purtroppo in alcune zone rurali, soprattutto in Africa, i centri per fare test diagnostici sono distanti 150-200 chilometri da molti villaggi».

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